La storia umana del remix di “Zanjir” di Haddadi Von Engst

A volte, una traccia arriva con così tanto peso dietro di sé che puoi sentirlo prima ancora che la prima grancassa colpisca. Questo è il caso di Haddadi Von Engst Remix Di “Zanjir” dell’artista iraniano Rahim Yeganeh. In superficie, è una nuova uscita elegante su Kings Dead Records che sta facendo rumore nelle classifiche di Beatport. Ma scava un po’ più a fondo e troverai una storia sulla connessione, la resistenza e la strana magia del fare musica nell’era digitale.

Haddadi Von Engst è un duo composto dal produttore di Los Angeles Matthew Engst e dal suo partner creativo. Potresti conoscere Matthew dal suo impressionante pedigree: ha lavorato con leggende come Max Martin nel musical di Broadway & Juliet e ha coprodotto per Michael Bublé. Ma nel mondo dell’elettronica, ha suscitato scalpore con un diverso tipo di energia, facendo atterrare brani su Pete Tong’s BBC Radio 1 spettacolo e persino attirando l’attenzione di Solomun per la sua prestigiosa etichetta Diynamic.

Per questo remix, si sono assunti il ​​compito emotivamente carico di rielaborare “Zanjir” (che si traduce in “Chain” o “Shackle”) di Rahim Yeganeh. L’originale è un pezzo profondamente personale, una riflessione sulla sofferenza e l’oppressione sotto un regime. È il tipo di materiale originale che richiede rispetto, non solo un ritmo adatto alla pista da ballo.

Ciò che rende il disco così affascinante è il modo in cui è stato realizzato. Haddadi Von Engst e Yeganeh non si sono mai incontrati. Non hanno mai condiviso uno studio, non hanno mai discusso idee davanti a un caffè. Non si sono nemmeno mai parlati. L’intera collaborazione è avvenuta attraverso la fragile pipeline di una connessione Internet interrotta, i file venivano passati avanti e indietro per migliaia di chilometri.

Puoi quasi sentire quella distanza nel prodotto finale, ma non come una limitazione: come una trama. Il remix sembra una conversazione che avviene al rallentatore. È una testimonianza dell’idea che la musica è un linguaggio universale, che non richiede il contatto faccia a faccia per trasmettere emozioni umane crude.

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Quando ascolti la traccia, senti il ​​crepitio di una voce che ha vissuto qualcosa di reale, avvolta in una produzione che la solleva dal suo contesto originale e la colloca in uno spazio simile a una cattedrale. C’è una tensione nell’aria; la spinta malinconica della voce di Yeganeh contro la pulsazione trascinante e speranzosa dell’arrangiamento elettronico.

È un toccante promemoria del fatto che, anche in un mondo in cui possiamo comunicare istantaneamente, alcune delle connessioni più potenti vengono forgiate nel silenzio, attraverso segnali interrotti, da persone che potrebbero non incontrarsi mai ma che si capiscono perfettamente attraverso il suono. Questa è la sensazione che Haddadi Von Engst ha catturato: il suono di allungarsi e trovare una mano che si allunga indietro, anche quando non puoi vedere chi sia.

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