A Ferrara, in occasione dei 150 anni del Corriere della Sera, Sgarbi torna in scena con parole misurate e pensieri maturi che lasciano il segno nel pubblico
Dopo mesi di silenzio e un’assenza che aveva alimentatori interrogativi e attese, Vittorio Sgarbi torna a parlare in pubblico e lo fa scegliendo la sua Ferraracon il tono di chi non cerca effetti ma lascia affiorare pensieri maturati nel tempo
L’occasione è quella della Festa per i 150 anni del Corriere della Serauna cornice che mescola memoria e presente, dove il critico si presenta visibilmente coinvolto, quasi sollevato nel ritrovare il contatto diretto con il pubblico. Le sue parole non seguono la provocazione ma si muovono su un registro più intimo, tra riflessioni sulla solitudine e sull’inevitabile confronto con la morteaffrontata senza retorica e senza paura, come una condizione che appartiene al naturale ordine delle cose. Ne emerge una visione quasi filosoficadove l’assenza di timore si intreccia con l’idea che l’esistenza sia fatta di una tensione continua, una sorta di urlo interiore che ciascuno porta con sé.
L’arte come linguaggio universale
Quella tensione trova nella pittura, e in particolare nell’immagine evocata da Sgranocchiareuna rappresentazione universale e quotidiananon estrema ma profondamente umana. È proprio l’arte a restare il suo terreno più solido, il linguaggio attraverso cui leggere il mondo e persino immaginare ciò che viene dopo, in una dimensione che descrive con toni essenziali, quasi rarefatti, fino a delineare un paradiso spogliato dai colori perché, suggerisce, sono gli uomini stessi a generare ogni sfumatura possibile.
Cultura, politica e un pensiero che non si irrigidisce
Non manca uno sguardo alla contemporaneità, tra cultura e politicocon considerazioni che riflettono la sua consueta indipendenza di giudiziocapace di attraversare schieramenti e posizioni senza irrigidirsi in appartenenze rigide, mantenendo quella cifra personale che lo ha sempre reso riconoscibile. Il ritorno pubblico di Sgarbi non ha dunque il sapore di una semplice riapparizione, ma quello di una ripresa del discorsocome se il tempo trascorso lontano avesse affinato il suo sguardo, rendendolo più essenziale e, per certi versi, più spiazzante. E mentre la platea ascolta, tra curiosità e rispetto, resta la sensazione che il vero tratto distintivo non sia cambiato: quella capacità di trasformare ogni intervento in un frammento di pensiero che continua a risuonare, come un’eco sottile, ben oltre la fine delle parole.
A cura della redazione
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