Quando premiamo riproduci Sébastien Castilloè il nuovo singolo, KAMALAYAabbiamo sentito quel brivido familiare. Quello che ottieni quando un produttore capisce l’incarico.
La traccia si apre con una pulsazione bassa e trascinante. È funzionale. Mette in movimento i fianchi prima ancora che il cervello li raggiunga. Ma poi arriva il sintetizzatore. Questo è il segno distintivo del suono: un synth che non si limita a stare nel mix; respira. Ha quella struttura distinta, simile ad Anyma. Per chi non lo sapesse, Anyma (Matteo Milleri) ha definito l’attuale era della techno melodica. Ha trasformato i sintetizzatori in esseri senzienti, facendoli piegare, luccicare e collassare.
Castillo cattura la stessa elettricità organica. Il sintetizzatore principale di KAMALAYA sembra vivo. Ha un tocco metallico, freddo e industriale, eppure vibra di un calore che taglia il grigio.
Ma ciò che distingue una buona traccia da una fantastica è il viaggio. Castillo costruisce un tunnel. È oscuro e misterioso. La cassa è pesante, non aggressiva. È la marcia costante di un protagonista che cammina verso l’ignoto. Le percussioni scattano e tintinnano attorno ai bordi. Ti tiene vigile.
Poi arriva la fuga.
Il crollo arriva come un soffio d’aria. Castello toglie il ritmo. I sintetizzatori si estendono, diventando cinematografici. La voce sognante passa in primo piano. È una trama, un fantasma. Galleggia su un letto di cuscinetti malinconici. Per un minuto ti dimentichi di essere su una traccia techno. Sei sospeso in una foschia.
Il genio sta nell’equilibrio. Molti produttori si appoggiano troppo al lato “oscuro”, rendendo la musica troppo sterile o minacciosa. Altri si appoggiano troppo al “sognante”, rendendolo morbido. Castillo cammina sul filo del rasoio. Gli elementi oscuri danno il suo peso alla voce sognante. Senza l’ombra, la luce non sarebbe così brillante.
KAMALAYA è un viaggio che vale la pena fare.

